Dalle prime pagine di “Scritto sul corpo” di Jeanette Winterson

28 03 2008

“Ti amo” Com’è che la cosa meno originale che sappiamo dirci è tuttavia la sola cosa che desideriamo sentire? “Ti amo” è sempre una citazione. Non sei stata tu a dirlo per la prima volta e nemmeno io, eppure, quando lo dici tu e quando lo dico io, siamo come dei selvaggi che hanno scoperto due parole e le venerano. Io le ho venerate ma adesso mi ritrovo nella solitudine di una roccia scavata dal mio stesso corpo.

CALIBANO : mi avete insegnato a parlare come voi: e quel che ho guadagnato è questo: ora so maledire. Vi roda la peste rossa per avermi insegnato la vostra lingua.

L’amore pretende l’espressione. Non starà fermo, zitto, non sarà buono, schivo, visibile non rimarrà muto, no. Irromperà in canti di lode, la nota acuta che spezza il bicchiere e ne fa versare il liquido. Non è un conservatore l’amore. È un cacciatore e del suo gioco noi siamo la preda. Maledetto sia il suo gioco. Come si può esser preda quando le regole cambiano continuamente? Mi chiamerò Alice e giocherò a croquet con i fenicotteri. Nel Paese delle meraviglie tutti barano e l’amore è il Paese delle meraviglie, no? L’amore fa girare il mondo. L’amore è cieco. All You Need Is Love. Nessuno è mai morto d’amore. Ti passerà. Sarà diverso quando saremo sposati. Pensa ai bambini. Il tempo rimargina le ferite. Ancora in attesa del Signor Right? Della signora Right? E magari di tutti i piccoli Right?

Sono i clichè il problema. Perchè un’emozione precisa richiede un’espressione precisa. Se ciò che  provo non è preciso, dovrò comunque chiamarlo amore? È così terrificante, l’amore, che tutto quello che posso fare è ficcarlo dentro un cesto pieno zeppo di soffici giocattolini rosa e spedirlo al mio indirizzo con un biglietto di “Felicitazioni per il fidanzamento”. Ma non è il fidanzamento, è la confusione, il punto. Faccio di tutto per distogliere lo sguardo, perché l’amore non si accorga di me. Voglio la versione annacquata, il linguaggio sdolcinato, i gesti insignificanti. La poltrona sfondata dei clichè. Va bene, milioni di culi si sono seduti qui prima del mio. Le molle hanno ceduto, il tessuto ha un odore famigliare. Non devo aver paura, ascolta, l’hanno fatto anche i nonni, lui con il colletto inamidato e il cravattino, lei col vestito di mussola bianca che tirava un po’ sui fianchi. L’hanno fatto loro, l’hanno fatto i miei genitori, adesso lo farò anch’io no?, le braccia aperte, non per abbracciarti, ma per tenermi in equilibrio, mentre camminando nel sonno mi dirigo verso la poltrona. Come saremo felici. Come saranno tutti felici. E vissero tutti felici e contenti.


Azioni

Informazione

Lascia un commento